Come ci devastiamo per ‘salvare’ chi amiamo (ovvero, come i bambini salvano i genitori)

Ognuno, specialmente nell’infanzia, ha bisogno di proteggere l’immagine e l’integrità delle persone che ama. Quando siamo bimbi piccoli, i nostri genitori, o chi si prende cura di noi, sono considerati le persone più importanti al mondo. Cosa ci accade se queste persone si rivelano essere abusanti, psicologicamente o fisicamente?

La premessa fondamentale, così facile da dimenticare o negligere per un adulto, è che un bambino piccolo ha bisogno dell’amore dei genitori come dell’ossigeno e del cibo.

Un bambino piccolo, privato di cure e riconoscimenti, ovvero risposte sollecite da parte di chi ha cura di lui, avrà conseguenze importanti nel suo sviluppo; nei più gravi casi di deprivazione affettiva, si lascerà morire.

Nel gergo dell’Analisi Transazionale, si pala di carezze e riconoscimenti. La carezza è la forma più semplice di riconoscimento che possiamo ricevere, ovvero una comunicazione, non necessariamente verbale, che ci dice ‘ci sei e vai bene’, sei ok. Una carezza può essere uno sguardo pieno di emozione, affetto. Nel caso di un bambino piccolo, il contenimento fisico è importantissimo: essere abbracciato, accarezzato, coccolato e curato. Ecco perché parlando di bambini piccoli non distinguiamo il lato fisico da quello psicologico (distinzione che potremmo comunque considerare artificiosa e legata al pensiero occidentale): non è possibile farlo. Il pronto accorrere al pianto per nutrire un neonato è un riconoscimento che cura ogni aspetto del suo sviluppo.

Mi ritrovo molto spesso a scrivere a questo riguardo. Vi è tutto un filone di studi, ricerche e teorie che si occupano poi dell’attaccamento, e di come la compromissione dell’attaccamento alle figure parentali possa avere conseguenze anche molto gravi sullo sviluppo. Cosa ha a che fare tutto questo con il salvare qualcuno facendo del male a se stessi?

Date le premesse, proviamo a fare una cosa molto difficile e dolorosa: immaginiamo come debba sentirsi un bambino piccolo, il cui genitore lo sottopone periodicamente ad azioni che lo feriscono. Possiamo pensare al genitore che non dà cibo, come a quello che picchia, o a un genitore che usa guardare con fastidio e denigrare il bambino. Gli essere umani sono dotati di una spinta alla sopravvivenza davvero sorprendente, che farà sì che i bambini cerchino il modo migliore per crescere in quest situazione. Quale può essere questo modo, in una situazione così difficile? Verrebbe da pensare che un bimbo non abbia possibilità di sopravvivere. Invece, lo fa: come?

Un primo aspetto da tenere a mente, riprendendo la terminologia utilizzata in AT, è questo: Qualunque tipo di carezza è meglio di nessuna carezza’*. Se ripensiamo al bisogno vitale di riconoscimento, di essere, cioè, riconosciuto come persona esistente, e se ripensiamo ai bambini che per assenza di attenzione di alcun tipo possono arrivare a lasciarsi morire (vedi le famose ricerche di Spitz), allora arriviamo a comprendere come un genitore abusante sia meglio di nessun genitore. Insomma, questa mamma o questo papà non mi danno ciò di cui ho bisogno, ma quantomeno rispecchiano in qualche modo la mia esistenza come essere umano separato con una sua individualità.

Il bambino cercherà di conseguenza di ‘proteggere’ il genitore, al contempo proteggendo se stesso. Se mia mamma o mio papà sono crudeli ed io lo riconosco, sarà molto difficile trarre da loro quel poco di riconoscimento che mi danno; per risolvere questo problema, il bimbo divide e separa. Divide emozioni e percezioni; c’è una mamma buona che amo, ed una cattiva che mi fa paura, alla quale reagisco creando una spiegazione plausibile, quale ad esempio ‘Io non sono abbastanza buono/bravo/bello/ecc ecc per avere il suo amore’. Un’altra spiegazione plausibile in risposta ad una violenza, ad esempio un abuso sessuale, può essere ‘E’ colpa mia, perché mi piace avere il suo amore, e mi vergogno’. In sostanza, il bimbo inventa una spiegazione che ‘salvi’ il genitore abusante, proteggendolo da un’immagine troppo paurosa o crudele, e proteggendo se stesso dal doverci convivere di continuo, anche quando il genitore non c’è, o è anche solo minimamente accudente.

Sembra troppo facile, vero? Tutto è bene quel che finisce bene? Purtroppo, no. Questa operazione di salvezza messa in atto da bambini crea reali fratture dentro di noi, che possono essere più o meno profonde, ma soprattutto che entrano a far parte della nostra personalità. Se da bambina mi sono convinta di essere colpevole per aver subito un abuso, continuerò a pensarlo anche da adulta, provando vergogna, ma attenzione: non ne sarò consapevole, e questo perchè da bambina ho segregato quei sentimenti e quelle esperienze in un’anta separata del mio armadio. Posso crescere lasciando l’anta chiusa e facendo finta che non esista, addirittura senza essere consapevole che esista; nel momento in cui vivo un’esperienza che richiama il vissuto antico (tipicamente in una relazione importante), l’anta si spalancherà, e le emozioni e risposte cognitive e comportamentali chiuse lì dentro faranno irruzione.

Nei casi più gravi, questo avverrà senza la minima consapevolezza, e senza poter rievocare i ricordi originari, cogliendomi del tutto di sorpresa: una reazione post traumatica. In casi più lievi, potrò essere consapevole di ciò che mi sta accadendo senza potermici opporre. In ogni caso, sarà un’esperienza dolorosa e spaventosa, nella quale sperimenterò l’irruzione e presa ‘di potere’ di uno Stato dell’Io Bambino, arrabbiato o spaventato, con totale esclusione del mio Stato dell’Io Adulto.

Stewart, Joines, L’Analisi Transazionale, Garzanti.

  • Spitz R., Hospitalism: genesis of psychiatric conditions in early childhood, in ‘Psychoanalitic studies of the child’, 1, 1945. Al riguardo, un breve ma esauriente articolo per chi volesse approfondire:

  • Spitz R., Hospitalism: genesis of psychiatric conditions in early childhood, in ‘Psychoanalitic studies of the child’, 1, 1945. Al riguardo, un breve ma esauriente articolo per chi volesse approfondire:
  • https://formazionecontinuainpsicologia.it/rene-spitz-gli-effetti-devastante-della-deprivazione-materna/

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