Il valore del tempo

Pensiamo di dare il giusto valore al tempo quando lo sfruttiamo bene, cioè facciamo abbastanza cose che riteniamo abbastanza buone. Perdere tempo è un’espressione cui diamo una connotazione negativa: c’è così poco tempo, ed io lo sto sprecando. Non va bene.

Il problema si pone quando siamo così preoccupati di non sprecare tempo, che finiamo per riempirlo in modo ossessivo. Devo fare qualcosa di utile, non posso perdere tempo. Ho tante cose da fare. Ma come stiamo impiegando il nostro tempo?

E’ vero che il tempo è una risorsa, ma scarseggia davvero come noi crediamo? Molte volte, presi dalla smania di fare, non facciamo quello di cui abbiamo realmente bisogno e/o desiderio. Pensiamo a tutte le volte in cui ci diamo da fare ottenendo, a fine giornata, la sensazione di non aver combinato niente. Di solito succede perché abbiamo sì fatto tante cose, senza tuttavia dare ascolto a bisogni e desideri.

Oppure pensiamo a quando ciondoliamo tutto il giorno, sentendoci a fine giornata stanchi ed insoddisfatti. Abbiamo scelto attività che ci piacevano? Può anche essere che la risposta sia affermativa; tuttavia, non ci siamo permessi di godercele, ripetendoci che stavamo perdendo tempo invece di …(lavorare, pulire casa, fare la spesa, cucinare il pasto per domani, allenarci…)

Per vivere bene e serenamente abbiamo bisogno di impiegare il nostro tempo, dando spazio a tutto ciò che di importante abbiamo: il lavoro; il piacere; il riposo; la cura di noi stessi. Per fare questo, abbiamo bisogno di rimanere in contatto con tutte le parti di noi. Non è ancora sufficiente, tuttavia, dare il giusto spazio a tutti questi aspetti, rispettando i nostri doveri, il nostro bisogno di riposo e cura, e quello di piacere e relax.

Dobbiamo anche liberarci dalle regole interneche ci portano ad occuparci solo di un aspetto (ad esempio il lavoro), o a lasciarne fuori uno (ad esempio) il riposo. Se infatti mi permetto di leggere un libro sul divano, ma nel contempo la voce genitoriale dentro di me (vedi a questo proposito gli Stati dell’Io) continua a criticare la mia scelta, probabilmente anziché rilassarmi mi sentirò nervosa o triste.

Se non mi permetto di riposare o dedicarmi un buon pasto perché penso di dover lavorare sodo e ‘non perdere tempo’, allora probabilmente ho interiorizzato questi messaggi nel mio copione di vita, oppure ho preso queste decisioni copionali quale risposta adattiva alle esperienze importanti vissute da bambino. Similmente, se non mi permetto mai attività piacevoli, o me le permetto solo a discapito di pesanti sensi di colpa, sto probabilmente vivendo un messaggio che mi impone di non provare piacere.

Prendere consapevolezza di questi messaggi, e sceglierne degli altri, mi aiuterà a vivere soddisfacendo i miei bisogni e raggiungendo al contempo gli obiettivi importanti per me.

‘Non riesco a sentire niente’

Vi è mai capitato di non sentire alcunché quando accadono eventi che vi aspettereste smuovere molte emozioni dentro di voi? E’ piuttosto sconcertante, vero? Di solito ci si preoccupa di non provare emozioni troppo intense, che in qualche modo influiscono sulla nostra routine quotidiana; in questo caso invece è l’assenza di una reazione emotiva a farci porre delle domande.

Perché una reazione, o meglio una mancata reazione, così inattesa? Mi vengono in mente almeno due possibili risposte.

Prima possibilità: ho fatto una scelta, relativa a qualcosa che ho sempre pensato fosse importante per me, di conseguenza mi attendevo di essere molto felice, o molto triste, ma non è così. Indagando un po’, posso chiedermi se davvero quest’aspetto della mia vita sia così importante, o piuttosto se io ero convinta lo fosse, ma in realtà non è così.

Immagino molto lettori stiamo pensando di non aver mai fatto un’esperienza simile, e magari è vero, ma mi viene in mente un esempio piuttosto comune: l’interruzione di una relazione, che abbiamo sempre considerato molto importante, ma scopriamo ora non esserlo stata. Lo scopriamo proprio nel nostro scarso coinvolgimento emotivo. Per alcuni è facile dire ‘meglio così!’ e lasciare tutto alle spalle, ma per altri è scioccante scoprire di aver investito tempo ed energia in una storia di cui ci importava così poco.

Una seconda possibilità è che abbiamo inconsapevolmente scelto, durante la nostra crescita, di isolare affettivamente un certo di tipo di evento, o situazione. Se l’abbiamo fatto, è sicuramente stato per proteggerci da una sofferenza molto grande: per evitare di provarla nuovamente, creiamo una sorta di isolamento emotivo relativo a tutte le situazioni affini. Questo può accadere anche per eventi positivi, ad esempio se da bambina ho provato un’intensa gioia, o eccitazione, per qualcosa che mi era proibito dagli adulti, cui è seguito un evento molto doloroso, che io ho collegato alla mia trasgressione, attribuendomene la colpa. Per proteggermi posso decidere di non lasciarmi più andare a sensazioni od emozioni così travolgenti. Teniamo a mente che sto parlando di scelte compiute ad un’età in cui la capacità di analisi della realtà non è certo accurata ed anzi, è largamente influenzata da aspetti emotivi; scelte di cui poi, in età adulta, non ho consapevolezza.

Sono solo due possibilità, e certamente ve ne sono delle altre. In molti casi, in terapia, si scopre che non provare niente è in realtà un’emozione, o quantomeno la presenza di un’emozione così forte da prenderne le distanze*. Nel primo caso invece, il non provare nulla può portarci ad una riflessione importante e costruttiva sulle nostre priorità e sui nostri bisogni.

Val sempre la pena di chiederci perché ci accade quello che ci accade.

*Vedi Erskine e Moursund, Integrative psychoterapy in action, cap. 11.

Genitori e solitudine.



Immaginiamoci la vita dei neogenitori. Mi concentrerò sulle madri, per il semplice fatto che, nella società italiana, sono loro a dedicarsi ai figli per la maggior parte del tempo; dal punto di vista dell’accudimento immediato questo è abbastanza naturale nei primi mesi, essendo loro coinvolte nella simbiosi col bimbo che è cresciuto nel loro grembo per 40 settimane. Ci tengo a specificare tuttavia, per tutelarmi da fraintendimenti così culturalmente diffusi e, direi, accettati, che questo non significa in alcun modo che in quei mesi il padre abbia un ruolo marginale; tutt’altro, è fondamentale.

Veniamo ora alla solitudine. Mi occuperò di due temi: la rete sociale della madre, ed il ruolo prezioso ed irrinunciabile (per ora solo idealmente, ahimè) del padre.

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Fragilità o sensibilità? Pregiudizi e paure.

La sensibilità, per come la intendiamo, è la propensione di una persona ad essere emotivamente smossa da fatti, interazioni, emozioni cui partecipa o anche solo assiste. Diciamo che è sensibile una persona che dimostra frequentemente reazioni emotive, o ne ha di particolarmente intense.

L’ipersensibilita’ è un tratto presente in circa il 20% della popolazione. La persona altamente sensibile è caratterizzata da un’elevatissima recettività agli stimoli, non solo emotivi, ma anche sensoriali. Rumori forti, immagini molto vivide, sensazioni tattili intense possono essere fonte di disagio o fastidio, proprio per l’elevata sensibilità percettiva. Lo si può osservare già da neonati: un bambino con queste caratteristiche sarà un neonato facilmente disturbato da suoni e rumori, che per dormire ha bisogno di più tranquillità o di costante protezione (se fuori casa, dorme solo tra le braccia), che piange tanto in reazione a variazioni anche piccole del suo ambiente.

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Studi Aperti: Genitori che non ce la fanno più e Depressione

In occasione della Giornata Nazionale della Psicologia, dal 4 al 14 ottobre gli psicologi della Lombardia apriranno i loro studi per colloqui gratuiti ed iniziative (sul sito www.opl.it potete trovare maggiori informazioni e tutte le iniziative).

Ho deciso di dedicare la giornata dell’11 ottobre a questi due temi Leggi tutto “Studi Aperti: Genitori che non ce la fanno più e Depressione”

Comunicazione aggressiva: come difendersi.

L’aggressività è una funzione umana, in quanto tale ha la sua utilità; ovvia nel caso della difesa personale, meno ovvia in altri ambiti che comunque possono essere dovuti ad un istinto di protezione che la razza umana possiede dai tempi in cui i pericoli per l’incolumità fisica, propria o della propria prole, erano molto più frequenti. L’aggressività può essere utile, dunque, per difesa o protezione in situazioni di pericolo accertato.

L’aggressività tuttavia è frequentemente mal utilizzata. Quello che intendo dire non è tanto che alle volte le persone sono troppo, o troppo poco aggressive; o che sono fisicamente aggressive quando basterebbe parlarsi. Mi trovo piuttosto infastidita da episodi nei quali riscontro una forma di aggressività correlata a tutt’altro scopo; ad esempio, all’ottenimento di un successo personale, anche solo relazionale (sono più forte/bravo/intelligente di te). Il venditore aggressivo, ad esempio, è emblematico dell’aggressività mal impiegata.

Mi rendo conto che sembra un cosa poco grave: che sarà mai essere apostrofati da un venditore aggressivo? Riflettiamoci un attimo, però. Leggi tutto “Comunicazione aggressiva: come difendersi.”

Psicologia Perinatale: le incredibili competenze che porta alla luce la nascita.

Cos’è la psicologia perinatale? E’ un recente ramo di studio della psicologia, che si occupa della nascita e della primissima infanzia, prendendo in esame il benessere psicofisico di mamma e bambino in questo delicato periodo, e tutelando e favorendo l’acquisizione delle competenze genitoriali.

Si parla del benessere di mamma e bambino, perché il loro benessere va di pari passo. La gravidanza è una condizione di totale simbiosi; con la nascita, inizia una lenta e graduale separazione del bambino dalla mamma. Sottolineo le parole ‘lenta’ e ‘graduale’, perché in esse si cela il segreto che rende mamma e neonato sereni e sani. Leggi tutto “Psicologia Perinatale: le incredibili competenze che porta alla luce la nascita.”

Copioni

Il copione è un concetto introdotto da Eric Berne e sviluppato nel corso della sua opera. Possiamo considerarlo un ‘piano di vita’, sviluppato a partire dalle esperienze infantili (il protocollo), con il fine di riviverle nel presente, adattando quindi la vicenda iniziale alla realtà quotidiana.

Di fatto il copione, proprio come nel teatro, ‘prescrive’ mosse, battute, stati emotivi, ed ha il fine di continuare a prescriverle nelle diverse situazioni e con le diverse persone che incontriamo.

Berne, in ‘Ciao e poi’, scrive: Ogni individuo decide nella sua prima infanzia la propria vita e la propria morte, e quel programma che si porterà dentro ovunque vada … lo chiameremo il suo copione. Gli aspetti meno rilevanti del suo comportamento riuscirà a deciderli in modo autonomo con la ragione, ma le decisioni fondamentali sono già state determinate ….. Può non essere ciò che vuole, ma è ciò che vuole che sia.

Potremmo chiederci quale sia la finalità ‘adattiva’ nel costruire la propria vita in questo modo. Ebbene, il fine è ‘rimediare’ ai piccoli o grandi traumi che l’hanno plasmato, con l’idea di rimettere in atto ‘la scena’ più e più volte fino ad incappare nella buona riuscita finale.

Possiamo facilmente intuire quanto sia improbabile che ciò accada, data la rigidità che il copione impone, rigidità peraltro dovuta ad un regista bambino, non in grado di fare scelte realmente risolutive. Un bambino che spera di redimere i genitori o chi per essi, ottenendone finalmente quanto ha tanto desiderato.

Tutta l’opera di Berne è importante per lo sviluppo del costrutto teorico ed operativo di copione, ma in particolare ‘Ciao ! E poi…?’, Bompiani. Una buona spiegazione, a mio avviso, si trova nel piccolo volume di Fabio Ricardi, ‘L’analisi transazionale: il sé e l’altro’, Xenia Editrice.