Non riesco a separarmi

Alle volte interrompere una storia è difficilissimo. Non è tanto il chiudere la relazione, ma lo staccarsi emotivamente da quella persona. ‘Lo so che non mi fa bene stare con lei/ lui, ma continuo ad averne bisogno’.

Vediamo perché.

Capita a molte persone di ritrovarsi incastrate in una relazione sentimentale che all’inizio era bellissima, intensa, speciale, ma col tempo diviene fonte di sofferenza; nonostante questo, staccarsi dal partner è difficile, la lontananza provoca tristezza o proprio angoscia.

Avvertiamo una netta contraddizione tra ciò che ci dice la razionalità, ovvero ‘devo staccarmi subito!’, da quello che invece sentiamo nella ‘pancia’, o nel petto, un forte, fortissimo bisogno di quella persona. Da un lato so che la relazione con lei o lui mi fa del male (alle volte, avviene anche con partner che ci aggrediscono verbalmente o fisicamente), dall’altro la sola idea di non esserne amato mi manda nella disperazione.

È così che ci blocchiamo in una situazione che sembra non avere uscita. Facilmente subentra un duro giudizio verso noi stessi: se continuo a volere questa persona con cui sto male, evidentemente sono uno stupido; sono io ad avere qualcosa che non va. Oppure, è evidente che si tratta di un sentimento troppo profondo, e quindi devo ‘aggiustare’ qualcosa per salvare la relazione. In questo modo, oscilliamo dolorosamente tra due posizioni, entrambe per noi insostenibili.

L’idea che un sentimento, se molto ‘profondo’, sia buono e prezioso, nelle relazioni, può portare a situazioni paradossalmente difficili. Perché?

Un sentimento profondo è per me molto importante, questo tuttavia non significa che vada seguito ciecamente. Vi sono sentimenti profondi, intensi e viscerali che nascondono bisogni risalenti alla nostra prima infanzia. Molto spesso, quando proviamo uno di questi sentimenti travolgenti, che sembrano avere il sopravvento sulla nostra razionalità, significa che è stato toccato ed accarezzato uno Stato dell’Io Bambino, molto antico e molto bisognoso. Se nel nostro passato di bambini, per qualsivoglia motivo, è rimasto un bisogno di amore e riconoscimenti insoddisfatto, saremo inconsapevolmente alla ricerca di un modo per colmarlo. Molto spesso pensiamo che il giusto amante possa farlo. Quanti di noi hanno ad un certo punto creduto che, trovando l’amore, saranno sereni e felici per il resto della loro vita? È semplice, basta trovare l’amore perfetto.

È un’idea infantile? Certo, perché tale è lo Stato dell’Io che soggiace a questo pensiero: piccolo, irrazionale, bisognoso; meglio, estremamente bisognoso. Proprio perché viene toccato un nostro modo modo di sentire, pensare e comportarci molto antico, la nostra capacità di esaminare questa relazione e di fare scelte al riguardo è ridotta, proprio come quella di un bambino, che accetta e cerca qualunque forma di amore possa trovare, anche una che non lo fa crescere, perché il bisogno di essere amato è preponderante.

Dall’altra parte, il perdere questa forma d’amore, per quanto dolore possa comportare, è inammissibile, perché troppo è il bisogno che ne abbiamo.

Per uscire da questo bivio intollerabile del ‘soffro con te’ o ‘soffro senza di te’, dobbiamo trovare il modo di colmare quel bisogno e rassicurare quella parte di noi, che fino ad ora non sapevamo di avere, disperatamente affamata di cure ed amore. Questo ci permette di rimettere tutte le nostre capacità di adulti al timone di quella nave che cercherà una relazione d’amore buona per noi, che ci dia amore e riconoscimento, assieme a spazio per crescere e autonomia, infine sicurezza di avere un compagno nella vita, mai perfetto, ma costantemente desideroso di stare con noi.

Sembra difficile? In un certo senso, è più complicato da spiegare, che da fare; il motivo è che nel momento in cui vediamo chiaramente che esiste un modo per avere amore e rispetto, faremo tutto quello che possiamo per ottenerlo. Quello che rende difficile uscire dal ‘bivio’ per adottare un altro punto di vista, è l’intensità del bisogno di amore; e la risposta è sì, possiamo, tutti, imparare a prendercene cura.

‘Sono bloccato’

Alle volte vorremmo fare qualcosa, ma ci sentiamo fermi in uno stallo da cui ci sembra di non poter uscire. Proviamo una sensazione di disagio, confusione.  Non è che non sappiamo cosa vogliamo: lo sappiamo bene, ma tutto ciò che comporta l’inseguire il nostro desiderio ci risulta inaccettabile, anche se non ne capiamo bene il motivo. E’ una situazione che viene definita di ‘impasse’*. Perché succede?

Accade che due parti di noi vogliono cose diverse e contrapposte, spingendo con forza uguale e contraria. Esaminiamo ciò che avviene con gli Stati dell’Io. La parte di noi che prende decisioni è generalmente l’Adulto, che ha il compito di esaminare la situazione reale, tenere in considerazioni i nostri bisogni e le nostre emozioni, restando in contatto con il Bambino, e considerando ugualmente le richieste e regole che conserviamo nel nostro Genitore. 

Se il Bambino avanza un bisogno, o desiderio, ed il Genitore oppone un divieto, ritenendolo inadeguato o inaccettabile, l’Adulto si blocca e non è in grado di fare nulla. Per uscire da questo stallo bisogna capire quale sia l’impasse, perché si verifica, ed aiutare la persona a:

1. Ammorbidire le proprie norme genitoriali, oppure

2. Prendere una nuova decisione con il proprio Bambino. Il nostro Bambino può infatti prendere decisioni di sopravvivenza, che tuttavia si rivelano poi un ostacolo al perseguimento dei propri bisogni ed obiettivi, poiché sono state prese in una situazione in cui non vi erano altre scelte ma nemmeno gradi risorse (da un bambino piccolo, per l’appunto), ma continuano a farsi sentire in modo rigido e limitante.

La strada che sarà necessario percorrere dipende dal livello più o meno profondo (evolutivamente) a cui si trova il blocco. E’ un lavoro terapeutico che richiede molta energia, e porta non solo alla soluzione dell’impasse, ma alla possibilità di prendere in considerazione nuove decisioni e nuove regole, più adatte e soprattutto flessibili, che possiamo adattare alle nostre esigenze utilizzando la nostra parte adulta.

Sarà, infine, un lavoro sul nostro copione di vita, di cui sentiremo i benefici in tutti gli ambiti della nostra vita.

*Vedi il lavoro di Bob e Mary Goulding; J. McNeel; K. Mellor.

Fragilità o sensibilità? Pregiudizi e paure.

La sensibilità, per come la intendiamo, è la propensione di una persona ad essere emotivamente smossa da fatti, interazioni, emozioni cui partecipa o anche solo assiste. Diciamo che è sensibile una persona che dimostra frequentemente reazioni emotive, o ne ha di particolarmente intense.

L’ipersensibilita’ è un tratto presente in circa il 20% della popolazione. La persona altamente sensibile è caratterizzata da un’elevatissima recettività agli stimoli, non solo emotivi, ma anche sensoriali. Rumori forti, immagini molto vivide, sensazioni tattili intense possono essere fonte di disagio o fastidio, proprio per l’elevata sensibilità percettiva. Lo si può osservare già da neonati: un bambino con queste caratteristiche sarà un neonato facilmente disturbato da suoni e rumori, che per dormire ha bisogno di più tranquillità o di costante protezione (se fuori casa, dorme solo tra le braccia), che piange tanto in reazione a variazioni anche piccole del suo ambiente.

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Genitori che non ce la fanno più (il burn out genitoriale)

Partiamo dalle cose ovvie, quelle che tutti sanno:

  • avere figli è un’esperienza bellissima;
  • passare tutto il tuo tempo con loro è meraviglioso;
  • non dover più lavorare, o farlo a part time, o avere una scusa per tornare a casa prima è una bella fortuna;
  • qualunque genitore accusa molto bene la fatica grazie all’amore per i figli;
  • di poco riposo non è morto nessuno, ci sarà tempo per quello quando saranno più grandi.

Sono tutte cose vere. Aggiungiamo a queste verità la dimensione temporale.  Leggi tutto “Genitori che non ce la fanno più (il burn out genitoriale)”

Comunicazione aggressiva: come difendersi.

L’aggressività è una funzione umana, in quanto tale ha la sua utilità; ovvia nel caso della difesa personale, meno ovvia in altri ambiti che comunque possono essere dovuti ad un istinto di protezione che la razza umana possiede dai tempi in cui i pericoli per l’incolumità fisica, propria o della propria prole, erano molto più frequenti. L’aggressività può essere utile, dunque, per difesa o protezione in situazioni di pericolo accertato.

L’aggressività tuttavia è frequentemente mal utilizzata. Quello che intendo dire non è tanto che alle volte le persone sono troppo, o troppo poco aggressive; o che sono fisicamente aggressive quando basterebbe parlarsi. Mi trovo piuttosto infastidita da episodi nei quali riscontro una forma di aggressività correlata a tutt’altro scopo; ad esempio, all’ottenimento di un successo personale, anche solo relazionale (sono più forte/bravo/intelligente di te). Il venditore aggressivo, ad esempio, è emblematico dell’aggressività mal impiegata.

Mi rendo conto che sembra un cosa poco grave: che sarà mai essere apostrofati da un venditore aggressivo? Riflettiamoci un attimo, però. Leggi tutto “Comunicazione aggressiva: come difendersi.”

L’importante è la salute (sei depresso? Tirati su!)

Quant’è vero. La prima necessità che abbiamo è di stare bene. Se il nostro corpo è in salute, noi stiamo bene. Ottimo.

Chiediamoci cosa sia la salute. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo stato di salute è ‘un completo stato di benessere fisiologico, psicologico e sociale’.

Negli ultimi due anni della mia specializzazione ho fatto una bella esperienza presso un reparto di riabilitazione cardiologica che prevedeva un percorso presso un servizio di psicologia ospedaliera, rivolto ai pazienti ed i familiari. Il motivo è che alcuni aspetti riferiti sia al tipo di personalità, che ad un certo tipo di vissuti se non sintomi, costituiscono fattori di rischio per eventuali recidive, assieme ad alcuni comportamenti, per modificare i quali può essere molto utile un percorso di sostegno psicologico.
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