Decisioni, cambiamento e potere personale

Come esseri umani operiamo continue scelte. Alcune di queste sono fondamentali per l’andamento di tutta la nostra vita, ma noi non ne siamo consapevoli. Potremmo dire che sono scelte inconsce, ma preferisco esprimermi in termini di consapevolezza.

Prima di una certa età non abbiamo ricordi, come tutti sanno, quantomeno non abbiamo ricordi consapevoli, rievocabili come evento od episodio. Di converso tutti gli eventi di rilievo e tutte le abitudini nei quali incorriamo nei primi anni di vita lasciano tracce importanti e fondamentali, che influiscono in modo consistente nella vita quotidiana e nella nostra progettualità.

La cosa difficile da credere e concettualizzare è che nella nostra primissima infanzia noi già facciamo delle scelte, nel senso che prendiamo delle decisioni. Facciamo un esempio.

Un bambino piccolo, di poco più di un anno, piange. Sì sente dire non piangere, non ce n’è motivo. La mamma o il papà mostrano contentezza solo quando smette di piangere. In altra circostanza, questo bambino è arrabbiato, e si sente dire che non bisogna arrabbiarsi; viene ignorato finché smette di manifestare la rabbia. Se salta per casa emettendo gridolini entusiasti nella gioia del movimento, gli verrà detto di essere quieto e stare tranquillo.

Probabilmente interiorizzerà il messaggio ‘non sentire’, ovvero non provare emozioni. A questo punto il bambino decide di adeguarsi e non sentire le emozioni. Questa decisione è adattiva, ha infatti la funzione di fare ciò che gli procura l’amore dei genitori, senza il quale il bimbo va in angoscia. Per i bambini piccoli l’amore dei genitori è un bisogno primario, senza il quale può arrivare davvero a morire (biologicamente i piccoli d’uomo sono bisognosi dei genitori per molti anni).

Un altro esempio: immaginiamo un bambino che, com’è normale, si accinga ad imparare qualcosa di nuovo. Ad esempio, a fare una torre di mattoncini. Ora immaginiamo un genitore che, per qualche motivo, si mostra molto più entusiasta quando il bambino non ce la fa e deve aiutarlo lui, mentre prova frustrazione quando il bambino riesce da solo. Un genitore che probabilmente interverrà in aiuto quando non è necessario. A lungo andare, se questo sarà l’atteggiamento persistente ed inconsapevole di quel genitore (non basta certo un episodio), quel bambino potrebbe far proprio il messaggio ‘non riuscire’, messaggio al quale, inconsapevolmente, si adeguerà anche nella sua vita adulta (non capendo perché non riesce a portare a termine alcun progetto).

È chiaro che il bambino ha pochi o nulli mezzi per scegliere in questa situazione; è realmente paragonabile ad una scelta fatta per la sopravvivenza. La bella notizia è che se quando avevamo poche frecce al nostro arco abbiamo preso delle decisioni sbagliate, ora che ne abbiamo qualcuna in più possiamo ri-decidere.

Possiamo ritornare su decisioni prese da bambini e ‘cambiare idea’. Questo non ci renderà gli anni spesi nella sofferenza, ma ce ne regalerà altri più sereni o pienamente vissuti. Ri-decidere è  un lavoro impegnativo e certo non breve, ma possibile e davvero decisivo, che si fa in psicoterapia.

Il primo passo è capire che cosa, quando e perché abbiamo deciso.  Già fare questo cambierà il modo in cui leggiamo gli eventi passati e presenti della nostra quotidianità. Il resto del lavoro, lo faremo con la voglia di cambiare e con l’energia che otterremo dalla consapevolezza di essere noi stessi pienamente capaci di dirigere i nostri passi nel modo giusto per noi.

Perché, mi preme precisare, il modo giusto per tutti non esiste. Ognuno può trovare il suo percorso, e non è detto che piaccia a tutti quelli che ha attorno; se piace al diretto interessato però, è certamente la sua strada. D’altra parte, l’unico periodo nel quale è utile (fisiologico in realtà) scegliere seguendo i desideri altrui, è proprio la prima infanzia. Trascorsa quella, non abbiamo più scuse: possiamo seguire i nostri progetti.

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