Genitori che non ce la fanno più (il burn out genitoriale)

Partiamo dalle cose ovvie, quelle che tutti sanno:

  • avere figli è un’esperienza bellissima;
  • passare tutto il tuo tempo con loro è meraviglioso;
  • non dover più lavorare, o farlo a part time, o avere una scusa per tornare a casa prima è una bella fortuna;
  • qualunque genitore accusa molto bene la fatica grazie all’amore per i figli;
  • di poco riposo non è morto nessuno, ci sarà tempo per quello quando saranno più grandi.

Sono tutte cose vere. Aggiungiamo a queste verità la dimensione temporale.  Questa dimensione si chiama sempre, inteso come continuativamente e senza giorni di riposo, nell’immediato futuro, diciamo almeno da qui ad un anno. Il sempre va bene, sono piccoli per così poco tempo, che ce li vogliamo godere il più possibile. Quindi non è mica un per sempre, è solo per un pò, diciamo un anno, 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana.

Ora passiamo a quello che non si dice. Al sempre aggiungiamo un mai, che molti genitori sperimentano, soprattutto in un momento storico in cui frequentemente ci si allontana dalla famiglia d’origine, oppure si fanno figli ad un’età alla quale i nonni non sono più così giovani da essere molto presenti. Il mai si declina così: mai da solo. Mai tempo da dedicare ad una passione (lettura, sport…). Mai uscire a chiacchierare con un’amico stando seduto per più di 10 minuti. Mai svegliarsi al mattino riposati. Mai poter stare a letto quando si è ammalati o si ha anche solo un mal di testa.

Il sempre va bene, ma il mai è un po’ diverso. E’ come se al lavoro vi dicessero ‘Non puoi mai fare la pipì. Non importa se esci tra 9 ore, te la devi tenere’. Oppure, non puoi mai mangiare un carboidrato, solo insalata, anche se hai tanta fame. Un giorno ce la faccio, due o tre pure, arriviamo ad una settimana. Non mi pesa stare leggera, per alcuni giorni, anche tutti i giorni, ma mi si consenta un piatto di pasta se ho fame.

Eh no. Niente pasta, mai. Per quanto io ami l’insalata, ed i pomodori, e quant’altro, inizio a risentirne.

Così è il genitore solo. Per solo intendo non single, ma quello deputato alla cura dei figli (l’altro sta tutto il giorno al lavoro, va da sé).

Per fare un bambino, ci vuole un villaggio. Per fare una mamma o un papà, anche.

Cosa può succedere al genitore solo, che si sobbarca la cura dei figli a 360 gradi, tutti i giorni? Può sentirsi esaurito, svuotato, senza energie. Può avere la sensazione di non avere più risorse. Al senso di spossatezza, può affiancarsi irritabilità e nervosismo, che finirà per incidere sui rapporti con i figli. Di conseguenza, si sentirà in colpa: ma come, il mio compito più importante è occuparmi dei miei figli, ho rinunciato a… per loro, ed ora grido loro addosso? Non so fare neanche questo?

Più facilmente accadrà a genitori con alte aspettative sul loro ruolo genitoriale, o con alte aspettative sulla loro capacità di conciliare figli e lavoro. Consideriamo i cambiamenti che ci sono stati nel concetto di genitore:  è passato da figura autoritaria che cura fisicamente e dà regole, a figura affettivamente presente, che educa senza coercizione, sempre attento ai bisogni dei figli. Possiamo ben comprendere che essere genitore, soprattutto qualora si voglia essere sempre efficienti e presenti, è divenuto un compito faticoso più che da un punto di vista fisico (che già non è poco), da un punto di vista mentale ed emotivo. Spesso questa situazione di grande sofferenza verrà messa a tacere, perché tanto ‘passerà’, finché non se ne può più, o il partner chiede un intervento di qualche tipo.

Vi ricordate i sempre? Ecco, il sempre, per uno psicoterapeuta, è un concetto astratto e generalmente poco utile, se non dannoso.

Forse dovremmo iniziare a sostituirlo con un avverbio più vicino alla realtà, e soprattutto, all’umanità del genitore.

‘Hai voluto la bicicletta, pedala’. Bene, ho tuttavia bisogno di fermarmi, bere, mangiare, riposare e dormire. Incredibile, ma anche i genitori hanno bisogno di fermarsi. Hanno bisogno di un tempo libero, di quando in quando, dove per ‘tempo libero’ si intende tempo nel quale non devono accudire nessuno, se non se stessi. E no, non è poco.

Iniziamo?

  • avere figli è una bellissima esperienza, che richiede grande impegno e talora è molto faticosa;
  • passare gran parte del tuo tempo con loro è meraviglioso;
  • non dover più lavorare, o farlo a part time, o avere una scusa per tornare a casa prima è una bella fortuna, per quanto è giusto poter gradualmente riprendere ad occuparsi del proprio lavoro o dei propri interessi;
  • qualunque genitore accusa molto bene la fatica grazie all’amore per i figli, ma a lungo andare deve riprendere le ore di sonno perse, perché d’amore non si vive, e per amare bisogna star bene;
  • di poco riposo non è morto nessuno, ma senza essere riposati non ci si gode il tempo con i figli, perciò è importante avere modo di riposare.

QUALUNQUE GENITORE MANTIENE IL DIRITTO E LA NECESSITÀ DI ESISTERE AL DI LÀ DEI PROPRI FIGLI. Per quanto gratificante possa essere occuparsi di loro, qualunque genitore ha bisogno di occuparsi di sé, gradualmente, adeguandosi alle mutate esigenze dei propri figli.

2 risposte a “Genitori che non ce la fanno più (il burn out genitoriale)”

    1. Buongiorno Cinzia. Io ricevo a Monza, in via Romagna. Se vuole, mi chiami liberamente così ne parliamo assieme, per capire cosa succede e come aiutarla.
      Se ha bisogno di un riferimento su Milano, posso indicarle il nome di una collega.
      Il mio numero è 3396915479. Può anche scrivermi via whatsup, o via mail, a scrivimi@vadointerapia.

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