Genitori e solitudine.



Immaginiamoci la vita dei neogenitori. Mi concentrerò sulle madri, per il semplice fatto che, nella società italiana, sono loro a dedicarsi ai figli per la maggior parte del tempo; dal punto di vista dell’accudimento immediato questo è abbastanza naturale nei primi mesi, essendo loro coinvolte nella simbiosi col bimbo che è cresciuto nel loro grembo per 40 settimane. Ci tengo a specificare tuttavia, per tutelarmi da fraintendimenti così culturalmente diffusi e, direi, accettati, che questo non significa in alcun modo che in quei mesi il padre abbia un ruolo marginale; tutt’altro, è fondamentale.

Veniamo ora alla solitudine. Mi occuperò di due temi: la rete sociale della madre, ed il ruolo prezioso ed irrinunciabile (per ora solo idealmente, ahimè) del padre.

Le donne hanno una capacità direi biologica e molto ben congegnata da madre natura, di stare in gruppo e prendersi cura dell’altro. La struttura ormonale della donna è fatta proprio in modo da fare di lei una naturale prestatrice di cure e supporto. Ci vien subito di pensare ai figli, alla genitorialità, ma attenzione: questa abilità non riguarda solo la cura dei propri bimbi, ma la cura di familiari ed amici tutti. Mi rifaccio al libro di Taylor, The tending istinct, in cui viene indagata con grande attenzione la ricerca a questo proposito. L’autrice, che originariamente si occupava di risposta allo stress, ha concentrato le sue ricerche sulla diversa reazione allo stress di uomini e donne. Venendo a quanto ci interessa ora, le donne sono coloro che in situazione di stress importante (crisi economica, guerra,carestia) si riuniscono e formano reti sociali in grado di far sopravvivere la comunità, occupandosi di compiti ‘minori’ quali garantire la sicurezza dei bambini, occuparsi degli anziani e dei malati, garantire il cibo per tutti. Le donne si occupano di prestarsi conforto e cura l’un l’altra, e di curare ugualmente gli uomini della comunità; costituiscono anche una protezione verso la violenza e l’abuso domestico.

Parlo di questo perché la donna dopo il parto si sente fragile ed è in effettiva difficoltà, dovendo occuparsi di una creaturina che necessita di lei durante ogni minuto di veglia, dovendo adattarsi ad un radicale cambiamento delle sue abitudini di vita e ad una drastica riduzione delle ore di sonno e riposo. Non serve che aggiunga che una donna inserita in una rete sociale, disponibile e presente (per quanto a volte inopportuna), vivrà questo momento in modo diverso. Spero non ce ne sia il bisogno. Perché la donna che in questa rete di supporto non si trova, dovrà: cucinare, fare la lavatrice, lavarsi, uscire a fare la spesa, se ne ha occuparsi dei bambini più grandi; tutte cose in cui sarebbe fortemente aiutata da una rete familiare e/o sociale, che farebbe sì che lei debba ‘solamente’ occuparsi di sé e del suo bambino. Non voglio parlare quindi di depressione post partum, ma ‘solo’ delle quotidiane difficoltà della neomamma.

Sappiamo inoltre molto bene che la donna, già durante la gravidanza, va incontro ad un percorso di profonda entrata in contatto con la propria emotività** e, come diremmo usando l’Analisi Transazionale, con il proprio Stato dell’Io Bambino. Questa sorta di regressione è funzionale a metterla nelle condizioni di essere più recettiva nei confronti del suo bambino, più in grado di capirne i bisogni. Vale a dire che necessita non solo di aiuto pratico, ma anche di supporto emotivo, di serenità, di una parola di conforto nei momenti di stanchezza. Spesso i familiari sono al centro di un dibattito dovuto ai consigli non richiesti (lo tieni troppo in braccio, lo allatti troppo a lungo, ha fame, ecc), ma un familiare, ed in specie una donna, presente ed amorevole, nutre la neomamma sì preparandole un buon pasto, e dandole conforto (Sei una brava mamma, è normale che tu sia stanca, vedrai che il tuo bambino crescerà benissimo).

Parliamo ora del padre. Quello che torna a lavorare dopo due giorni e che viene considerato secondario (disastro numero 1), poiché comunque del bambino può occuparsi tranquillamente la mamma (disastro numero 2). E’ chiaro che il padre si sentirà messo in secondo piano e tutt’altro che incoraggiato a fare il papà, ed è altrettanto chiaro che la mamma lasciata sola tutto il giorno, soprattutto in assenza di supporto, potrebbe ben risentirne, soprattutto quando priva di un contesto sociale accudente, come abbiamo visto poc’anzi. In realtà il papà è la figura che, nei primi mesi, fornisce protezione e sicurezza a mamma e bambino, non solo in senso pratico, ma costituendo un legame importante con il prima ed il fuori, ricordando alla moglie che è ancora sua moglie oltre che la madre del suo bambino. Il papà fornisce alla madre quell’ancoraggio alla sua vita affettiva da donna, ed al bambino una figura amorevole, presente, costante e sempre affidabile a cui rivolgersi quando inizierà a percepire cose e persone attorno a sé. Il papà, come spiega molto bene la dott.ssa Mieli nel suo libro***, è quella presenza maschile che accompagna madre e figlio fuori dalla simbiosi, nel mondo, e permette al proprio figlio di sperimentare e sperimentarsi in una relazione diversa, portandolo ‘fuori’, accompagnandolo nel mondo.

Dunque il padre è fondamentale perché protegge e tutela, e si inserisce
nella relazione fusionale di mamma e bambino accompagnandoli gradualmente verso una relazione più matura, che tenga conto del mondo, mondo rappresentato potentemente, nei primi tempi, proprio dal papà.

La solitudine della madre la sottopone ad un’assenza di nutrimento pratico ed emotivo di cui lei ha profondo bisogno. Viene lasciata sola in un momento fondamentale, nel quale dovrebbe a buon diritto occuparsi SOLO di essere madre, ed invece deve recuperare le energie sufficienti a sbrigare molte incombenze, senza lo sguardo amorevole di una donna più anziana che le dia fiducia e nutrimento affettivo. Viene anche privata della presenza del marito, ponte tra la coppia madre e bambino ed il resto del mondo, ma anche legame tra donna e mamma, tra la vita lasciata in sospeso e la totale immersione nel proprio neonato.
La solitudine del padre è spesso lasciata sullo sfondo, perché certamente lui non si ritrova chiuso in casa tra una poppata ed un cambio pannolino, ma non possiamo ignorare quello che a lui viene troppo spesso tolto: i papà si ritrovano al margine, apparentemente privi di mansioni e rilievo, ad attendere che quel bimbo cresca abbastanza da poterci fare qualcosa; si ritrovano anche improvvisamente privi della moglie che non ha tempo ed energie per essere ‘come prima’. Va da sé che questo papà ne risentirà, che dovrà faticare per recuperare il proprio ruolo genitoriale, e si perderà al contempo l’appagante esperienza di essere il punto fermo nella vorticosa quotidianità della sua famiglia, e la possibilità di entrare nella vita del suo bimbo a piccoli passi, cosicché si ri-conoscano gradualmente, giorno dopo giorno.


Dobbiamo cambiare l’approccio alla nascita ed alla famiglia, se vogliamo evitare che l’arrivo di una nuova vita sia accompagnata da un’inutile sofferenza e difficoltà. Il cambiamento deve partire dal modo in cui noi guardiamo alla gravidanza ed alla nascita, prima che dalle leggi in merito. In altre parole, per quanto le leggi a tutela della famiglia possano essere inadeguate, la prima cosa da fare per arrivare ad un cambiamento è modificare il nostro modo di guardare alla nascita – ed alla nascita della famiglia, tenendo in considerazione i bisogni affettivi di tutti, e sottolineo tutti, i membri della famiglia.

*Shelley E. Taylor, The tending istinct, Holt Paperbacks

**Odent, 2003; Frybergh, 2003

***Giuliana Mieli, Il bambino non è un elettrodomestico, Universale economica Feltrinelli





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