Il contratto terapeutico: perché fare un contratto di terapia?

Molte persone restano colpite dall’idea di stabilire un contratto di terapia. Pensano che andare da un terapeuta significhi che loro parleranno, il terapeuta ascolterà, e ad un certo punto renderà un’interpretazione di quanto ascoltato.

Avviene anche questo, ma in alcuni approcci terapeutici stabilire un contratto è fondamentale. Cos’è un contratto? E’ un insieme di obiettivi condivisi tra terapeuta e cliente. Sembra facile, ma non sempre lo è: ci vuole qualche colloquio per individuare un buon contratto; in alcune terapie, ci vuole un pezzo stesso di terapia per arrivare ad averne uno. Ma cosa vuol dire poi un ‘buon contratto’? Può essercene uno non buono?

Può essercene uno non utile. Il contratto deve essere ciò che guida terapeuta e cliente nel loro percorso assieme. Perché questo accada, gli obiettivi terapeutici contenuti nel contratto devono essere:

  1. Condivisi
  2. Realizzabili
  3. Espliciti e collegabili ad aspetti concreti nella vita del cliente

Condivisi, perché andare in terapia non significa affidarsi a qualcuno che sa cosa sia meglio per te. Questo è un compito da genitori, ma una persona adulta che inizia una psicoterapia deve essere coinvolto con tutte le sue risorse nel percorso terapeutico, non può essere trattato da bambino che non sa cosa sia meglio per lui. E’ importate che sia consapevole ed informato dei progressi terapeutici, che sia motivato ad ottenerli. In questo modo è responsabile del suo percorso, il che significa che non è ‘in balia’ del terapeuta, ma un protagonista attivo.

Realizzabili, ebbene sì; vi sono obiettivi che nessun terapeuta potrà mai realizzare. Tra gli esempi più comuni: non è possibile cambiare il partner, o chiunque altro non sia in terapia. Non è possibile modificare il passato e rendere la propria storia passata meno difficile; spesso le persone arrivano con il desiderio irrealistico, ma umano, di ‘rimediare’ alla sofferenza che hanno vissuto. E’ per loro necessario accettare che quella parte della loro vita non si può cambiare, che nulla renderà loro quegli anni magicamente epurati dal dolore.

Si può lavorare su obiettivi relativi al cliente ed al suo ruolo nella propria vita e nelle proprie relazione, sul modo in cui fa uso delle proprie emozioni, sulla sua capacità di fare scelte buone per sé, e via dicendo. Sul suo presente, sul suo ‘qui ed ora’. Qualunque dolore abbia provato nel passato, in terapia può apprendere a vivere con serenità il proprio presente, senza permettere che il passato lo influenzi in modi indesiderati.

Espliciti, perché quando due persone si incontrano, terapeuta e cliente, ognuno porta con sé, immancabilmente, i propri valori, i propri significati. La mia idea di un felice matrimonio può differire in modo sconcertante da quella di un’altra persona, perciò migliorare la relazione è qualcosa che necessita di essere esplicitato: come? Cosa non va bene oggi per te? Cosa vuoi da questa relazione? Quando sarai soddisfatto dal cambiamento, da cosa te ne accorgerai? Tutto ciò serve ad evitare che un cambiamento che il terapeuta ritiene buono ed utile non sia avvertito come tale dal cliente, le cui aspettative, non esplicitate, erano diverse. O al contrario, che un cambiamento che il cliente ritiene molto soddisfacente venga svalutato, non riconosciuto dal terapeuta.

Si va in terapia per stare bene, per avvertire dei cambiamenti positivi nella propria quotidianità. Come amava sottolineare Berne, migliorare non è sufficiente. D’altro lato, definire chiaramente ciò che si desidera cambiare è un primo passo di autodeterminazione, nel quale la persona, pur nel momento in cui si affida al terapeuta, si sente protagonista della propria storia.

Holloway e Holloway, Il processo di determinazione del contratto, 1986, Neopsiche

Il valore del tempo

Pensiamo di dare il giusto valore al tempo quando lo sfruttiamo bene, cioè facciamo abbastanza cose che riteniamo abbastanza buone. Perdere tempo è un’espressione cui diamo una connotazione negativa: c’è così poco tempo, ed io lo sto sprecando. Non va bene.

Il problema si pone quando siamo così preoccupati di non sprecare tempo, che finiamo per riempirlo in modo ossessivo. Devo fare qualcosa di utile, non posso perdere tempo. Ho tante cose da fare. Ma come stiamo impiegando il nostro tempo?

E’ vero che il tempo è una risorsa, ma scarseggia davvero come noi crediamo? Molte volte, presi dalla smania di fare, non facciamo quello di cui abbiamo realmente bisogno e/o desiderio. Pensiamo a tutte le volte in cui ci diamo da fare ottenendo, a fine giornata, la sensazione di non aver combinato niente. Di solito succede perché abbiamo sì fatto tante cose, senza tuttavia dare ascolto a bisogni e desideri.

Oppure pensiamo a quando ciondoliamo tutto il giorno, sentendoci a fine giornata stanchi ed insoddisfatti. Abbiamo scelto attività che ci piacevano? Può anche essere che la risposta sia affermativa; tuttavia, non ci siamo permessi di godercele, ripetendoci che stavamo perdendo tempo invece di …(lavorare, pulire casa, fare la spesa, cucinare il pasto per domani, allenarci…)

Per vivere bene e serenamente abbiamo bisogno di impiegare il nostro tempo, dando spazio a tutto ciò che di importante abbiamo: il lavoro; il piacere; il riposo; la cura di noi stessi. Per fare questo, abbiamo bisogno di rimanere in contatto con tutte le parti di noi. Non è ancora sufficiente, tuttavia, dare il giusto spazio a tutti questi aspetti, rispettando i nostri doveri, il nostro bisogno di riposo e cura, e quello di piacere e relax.

Dobbiamo anche liberarci dalle regole interneche ci portano ad occuparci solo di un aspetto (ad esempio il lavoro), o a lasciarne fuori uno (ad esempio) il riposo. Se infatti mi permetto di leggere un libro sul divano, ma nel contempo la voce genitoriale dentro di me (vedi a questo proposito gli Stati dell’Io) continua a criticare la mia scelta, probabilmente anziché rilassarmi mi sentirò nervosa o triste.

Se non mi permetto di riposare o dedicarmi un buon pasto perché penso di dover lavorare sodo e ‘non perdere tempo’, allora probabilmente ho interiorizzato questi messaggi nel mio copione di vita, oppure ho preso queste decisioni copionali quale risposta adattiva alle esperienze importanti vissute da bambino. Similmente, se non mi permetto mai attività piacevoli, o me le permetto solo a discapito di pesanti sensi di colpa, sto probabilmente vivendo un messaggio che mi impone di non provare piacere.

Prendere consapevolezza di questi messaggi, e sceglierne degli altri, mi aiuterà a vivere soddisfacendo i miei bisogni e raggiungendo al contempo gli obiettivi importanti per me.

‘Sono bloccato’

Alle volte vorremmo fare qualcosa, ma ci sentiamo fermi in uno stallo da cui ci sembra di non poter uscire. Proviamo una sensazione di disagio, confusione.  Non è che non sappiamo cosa vogliamo: lo sappiamo bene, ma tutto ciò che comporta l’inseguire il nostro desiderio ci risulta inaccettabile, anche se non ne capiamo bene il motivo. E’ una situazione che viene definita di ‘impasse’*. Perché succede?

Accade che due parti di noi vogliono cose diverse e contrapposte, spingendo con forza uguale e contraria. Esaminiamo ciò che avviene con gli Stati dell’Io. La parte di noi che prende decisioni è generalmente l’Adulto, che ha il compito di esaminare la situazione reale, tenere in considerazioni i nostri bisogni e le nostre emozioni, restando in contatto con il Bambino, e considerando ugualmente le richieste e regole che conserviamo nel nostro Genitore. 

Se il Bambino avanza un bisogno, o desiderio, ed il Genitore oppone un divieto, ritenendolo inadeguato o inaccettabile, l’Adulto si blocca e non è in grado di fare nulla. Per uscire da questo stallo bisogna capire quale sia l’impasse, perché si verifica, ed aiutare la persona a:

1. Ammorbidire le proprie norme genitoriali, oppure

2. Prendere una nuova decisione con il proprio Bambino. Il nostro Bambino può infatti prendere decisioni di sopravvivenza, che tuttavia si rivelano poi un ostacolo al perseguimento dei propri bisogni ed obiettivi, poiché sono state prese in una situazione in cui non vi erano altre scelte ma nemmeno gradi risorse (da un bambino piccolo, per l’appunto), ma continuano a farsi sentire in modo rigido e limitante.

La strada che sarà necessario percorrere dipende dal livello più o meno profondo (evolutivamente) a cui si trova il blocco. E’ un lavoro terapeutico che richiede molta energia, e porta non solo alla soluzione dell’impasse, ma alla possibilità di prendere in considerazione nuove decisioni e nuove regole, più adatte e soprattutto flessibili, che possiamo adattare alle nostre esigenze utilizzando la nostra parte adulta.

Sarà, infine, un lavoro sul nostro copione di vita, di cui sentiremo i benefici in tutti gli ambiti della nostra vita.

*Vedi il lavoro di Bob e Mary Goulding; J. McNeel; K. Mellor.

Genitori che non ce la fanno più (il burn out genitoriale)

Partiamo dalle cose ovvie, quelle che tutti sanno:

  • avere figli è un’esperienza bellissima;
  • passare tutto il tuo tempo con loro è meraviglioso;
  • non dover più lavorare, o farlo a part time, o avere una scusa per tornare a casa prima è una bella fortuna;
  • qualunque genitore accusa molto bene la fatica grazie all’amore per i figli;
  • di poco riposo non è morto nessuno, ci sarà tempo per quello quando saranno più grandi.

Sono tutte cose vere. Aggiungiamo a queste verità la dimensione temporale.  Leggi tutto “Genitori che non ce la fanno più (il burn out genitoriale)”

Vivere d’amore o morire d’amore

Ho letto di recente un romanzo di Taichi Yamada, ‘Estranei’; il romanzo mi è piaciuto, e mi sono piaciuti, da terapeuta, alcuni aspetti della storia che rappresentano un’interessante trasposizione di qualcosa che può accadere davvero nella psiche, e che può avere conseguenze anche tragiche – proprio come nel romanzo.

Il protagonista, orfano dall’età di 12 anni, fresco di divorzio, fa un giro nel quartiere in cui è cresciuto, e si imbatte, incredibilmente, nei suoi genitori, così com’erano prima di morire e dunque più giovani di lui. Seppur spaventato ed attonito, il protagonista è talmente pieno di gioia per la possibilità di avere ancora i suoi genitori che continua ad andarli a trovare, senza tuttavia rendersi conto, almeno inizialmente, che sta letteralmente deperendo: diviene sempre più magro ed ossuto. Arriva a comprendere che se non si separerà da loro finirà per morire, se invece se ne separerà loro svaniranno, tornando nel regno dei morti, perché loro sono ‘lì’, sono reali, solo per lui. Leggi tutto “Vivere d’amore o morire d’amore”

Decisioni, cambiamento e potere personale

Come esseri umani operiamo continue scelte. Alcune di queste sono fondamentali per l’andamento di tutta la nostra vita, ma noi non ne siamo consapevoli. Potremmo dire che sono scelte inconsce, ma preferisco esprimermi in termini di consapevolezza.

Prima di una certa età non abbiamo ricordi, come tutti sanno, quantomeno non abbiamo ricordi consapevoli, rievocabili come evento od episodio. Di converso tutti gli eventi di rilievo e tutte le abitudini nei quali incorriamo nei primi anni di vita lasciano tracce importanti e fondamentali, che influiscono in modo consistente nella vita quotidiana e nella nostra progettualità.

La cosa difficile da credere e concettualizzare è che nella nostra primissima infanzia noi già facciamo delle scelte, nel senso che prendiamo delle decisioni. Leggi tutto “Decisioni, cambiamento e potere personale”