La fatica di scegliere

Siamo essere umani e viviamo (chi mi legge, almeno) in una società che ci offre molte scelte.

Le più ovvie riguardano il che cosa fare. Iniziamo da bambini: vuoi fare nuoto o ginnastica? Quindi, quale scuola superiore vuoi frequentare? E ti vuoi laureare? Quale lavoro vuoi fare?

Fino a qui tutto facile. FALSO. Leggi tutto “La fatica di scegliere”

Con te o senza di te; ovvero, quanto difficile sia mantenere la giusta distanza nelle relazioni.

Stare con te, o stare senza di te: è un problema che ci si pone prestissimo. Un bambino cresce via via che acquisisce distanza dalla madre, ma farlo non è così semplice. Il solo accorgersi di essere una persona a se stante è cosa complessa, che richiede molto tempo; se il tempo manca, il bambino prova angoscia.

Angosciante, però, può essere anche vivere con la presenza costante di qualcuno che ci protegge, quando abbiamo l’età per cavarcela da soli.

Stare in relazione con qualcuno, qualunque sia il tipo di relazione, richiede un delicato assestamento di equilibri. Leggi tutto “Con te o senza di te; ovvero, quanto difficile sia mantenere la giusta distanza nelle relazioni.”

Corro, corro: non riesco a fermarmi.

avere sempre fretta

Succede anche a voi? Vi sembra di non avere mai tempo da dedicarvi? Oppure avete la sensazione che se vi prenderete del tempo per voi, sarete irresponsabili, o insensibili, perché vi sono cose più importanti da fare?

Per alcune persone, al netto delle difficoltà quotidiane, vi è una profonda convinzione di non potersi permettere di porre i propri bisogni prima di tutto il resto. Leggi il mio articolo su Guida Psicologi.

Non riesco a separarmi

Alle volte interrompere una storia è difficilissimo. Non è tanto il chiudere la relazione, ma lo staccarsi emotivamente da quella persona. ‘Lo so che non mi fa bene stare con lei/ lui, ma continuo ad averne bisogno’.

Vediamo perché.

Capita a molte persone di ritrovarsi incastrate in una relazione sentimentale che all’inizio era bellissima, intensa, speciale, ma col tempo diviene fonte di sofferenza; nonostante questo, staccarsi dal partner è difficile, la lontananza provoca tristezza o proprio angoscia.

Avvertiamo una netta contraddizione tra ciò che ci dice la razionalità, ovvero ‘devo staccarmi subito!’, da quello che invece sentiamo nella ‘pancia’, o nel petto, un forte, fortissimo bisogno di quella persona. Da un lato so che la relazione con lei o lui mi fa del male (alle volte, avviene anche con partner che ci aggrediscono verbalmente o fisicamente), dall’altro la sola idea di non esserne amato mi manda nella disperazione.

È così che ci blocchiamo in una situazione che sembra non avere uscita. Facilmente subentra un duro giudizio verso noi stessi: se continuo a volere questa persona con cui sto male, evidentemente sono uno stupido; sono io ad avere qualcosa che non va. Oppure, è evidente che si tratta di un sentimento troppo profondo, e quindi devo ‘aggiustare’ qualcosa per salvare la relazione. In questo modo, oscilliamo dolorosamente tra due posizioni, entrambe per noi insostenibili.

L’idea che un sentimento, se molto ‘profondo’, sia buono e prezioso, nelle relazioni, può portare a situazioni paradossalmente difficili. Perché?

Un sentimento profondo è per me molto importante, questo tuttavia non significa che vada seguito ciecamente. Vi sono sentimenti profondi, intensi e viscerali che nascondono bisogni risalenti alla nostra prima infanzia. Molto spesso, quando proviamo uno di questi sentimenti travolgenti, che sembrano avere il sopravvento sulla nostra razionalità, significa che è stato toccato ed accarezzato uno Stato dell’Io Bambino, molto antico e molto bisognoso. Se nel nostro passato di bambini, per qualsivoglia motivo, è rimasto un bisogno di amore e riconoscimenti insoddisfatto, saremo inconsapevolmente alla ricerca di un modo per colmarlo. Molto spesso pensiamo che il giusto amante possa farlo. Quanti di noi hanno ad un certo punto creduto che, trovando l’amore, saranno sereni e felici per il resto della loro vita? È semplice, basta trovare l’amore perfetto.

È un’idea infantile? Certo, perché tale è lo Stato dell’Io che soggiace a questo pensiero: piccolo, irrazionale, bisognoso; meglio, estremamente bisognoso. Proprio perché viene toccato un nostro modo modo di sentire, pensare e comportarci molto antico, la nostra capacità di esaminare questa relazione e di fare scelte al riguardo è ridotta, proprio come quella di un bambino, che accetta e cerca qualunque forma di amore possa trovare, anche una che non lo fa crescere, perché il bisogno di essere amato è preponderante.

Dall’altra parte, il perdere questa forma d’amore, per quanto dolore possa comportare, è inammissibile, perché troppo è il bisogno che ne abbiamo.

Per uscire da questo bivio intollerabile del ‘soffro con te’ o ‘soffro senza di te’, dobbiamo trovare il modo di colmare quel bisogno e rassicurare quella parte di noi, che fino ad ora non sapevamo di avere, disperatamente affamata di cure ed amore. Questo ci permette di rimettere tutte le nostre capacità di adulti al timone di quella nave che cercherà una relazione d’amore buona per noi, che ci dia amore e riconoscimento, assieme a spazio per crescere e autonomia, infine sicurezza di avere un compagno nella vita, mai perfetto, ma costantemente desideroso di stare con noi.

Sembra difficile? In un certo senso, è più complicato da spiegare, che da fare; il motivo è che nel momento in cui vediamo chiaramente che esiste un modo per avere amore e rispetto, faremo tutto quello che possiamo per ottenerlo. Quello che rende difficile uscire dal ‘bivio’ per adottare un altro punto di vista, è l’intensità del bisogno di amore; e la risposta è sì, possiamo, tutti, imparare a prendercene cura.

Ci siamo lasciati… Perché fa così male?

Alle volte, la fine di una relazione fa sì che andiamo in crisi e mettiamo in discussione alcuni aspetti di noi, il nostro ruolo nella relazione, quello che vogliamo da una storia d’amore.Ne parlo in questo articolo scritto per GuidaPsicologi.

Guarire è possibile?

‘Ricevere una diagnosi, ovviamente di certo rilievo, non è mai un fatto neutro, e porta con sé una dimensione esistenziale’. Vittorio Lingiardi, Diagnosi e destino.

Davvero si può guarire? E’ una domanda che le persone fanno molto spesso; accade perché il percorso che stanno facendo è lungo, è difficile alle volte, è altalenante. Per questo motivo i pazienti alle volte chiedono ‘E’ davvero possibile guarire da…’ un disturbo da attacchi di panico, una depressione, un disturbo d’ansia, un problema di gestione della rabbia, e via dicendo.

Arriverà un giorno in cui sarò:

  • come prima;
  • come le persone che sono spensierate / non hanno problemi col cibo / non perdono la calma ecc.

Verrebbe da rispondere, che sì, sarà proprio così. Un po’ per incoraggiare chi è in difficoltà, un po’ perché è quello che vogliamo credere, che ci sia uno ‘stato neutro’ da perseguire, che indica sanità psicologica, a cui ritornare dopo la guarigione. Ecco, la medicina ha fatto effetto: tutto come prima.

Sì, si può guarire; questo tuttavia non significa tornare come prima. La malattia, soprattutto quando riguarda la psiche, comporta un percorso di conoscenza e cambiamento. La parola diagnosi significa proprio ‘conoscenza attraverso’: ecco che attraversando la malattia, affronto un percorso di conoscenza. E’ vero, il percorso alle volte è lungo; alle volte, possiamo sentirci stanchi. Vale tuttavia la pena di considerarlo, appunto, un percorso, un viaggio. Ad ogni tappa impariamo qualcosa. Va da sé che, alla fine, non sarò più come appena partito, e neppure come prima di ammalarmi.

Ci piace pensare che saremo più forti. In un certo senso è vero, ma non è proprio come ce lo aspettiamo a volte. La forza non è invulnerabilità, non è strenua resistenza alla sofferenza. La forza che acquisiamo, invece, sta proprio nell’accettare la vulnerabilità, nella conoscenza che ne facciamo, nella consapevolezza che ne acquisiamo, e nella certezza delle nostre capacità di ‘passarci attraverso’.

Certi disturbi psicologici che affrontiamo e superiamo lasciano solchi, che fanno parte di noi. Saremo sempre vulnerabili? Sì. Questa è debolezza? No, perché la vulnerabilità è connessa all’umanità, che ci piaccia o meno. Un’altra caratteristica di cui disponiamo come essere umani è la capacità di adattarci, di essere flessibili, e di apprendere a fare l’utilizzo migliore possibile di ciò che nella vita facciamo esperienza.

Abbiamo la meravigliosa capacità di apprendere da qualunque evento ed esperienza: è così che la terapia ci insegna ad attraversare la nostra vulnerabilità, conoscerla, utilizzarla a nostro beneficio. Facciamo un esempio. Imparo a superare un disturbo da attacchi di panico. Cosa apprendo? A conoscere molto bene il mio corpo ed i segnali che mi dà; ad affrontare emozioni di ogni tipo ed utilizzarle nel modo giusto; ad essere consapevole dei miei processi di pensiero ed adattarli a circostanze differenti, ampliando la mia flessibilità. Non proverò mai più ansia? La proverò, e sarò sempre più sensibile rispetto ad una persona che non ne ha mai sofferto; tale sensibilità sarà tuttavia una risorsa importante per me, che mi permetterà di approfondire le emozioni che provo ed adattare il mio processo di pensiero alla situazione che sto affrontando.

Si guarisce, e si cambia. Non saremo più quelli di prima, ma che ci crediamo o meno, è molto probabile che ci piaceremo più di prima, e faremo miglior uso delle nostre esperienze.

Parlarsi e non capirsi. Comunicare bene nella relazione.

Si dice spesso che nella coppia è importante comunicare, e che la comunicazione risolve molti problemi. Al riguardo, va precisato che:

  • la comunicazione è sì importante, ma sopravvalutata; vi sono anche altri aspetti molto rilevanti per mantenere una buona relazione;
  • molte volte comunichiamo, sì, ma come lo facciamo? Molte volte ci parliamo senza capirci.

Molte incomprensioni si basano sulla nostra scarsa capacità di comunicare.

Come funziona la comunicazione?

  1. La comunicazione non è fatta solo di parole. Comunichiamo moltissime informazioni con l’espressione del nostro viso, con il modo di muoversi e con la postura, nonché con il tono della voce. A livello di relazione, cioè di contenuti affettivi, questi sono gli aspetti più importanti. Per rendercene conto, farò un esempio estremo, la comunicazione con un cane. Se dico al mio cane che è orribile e la odio, con il tono di voce con cui di solito le dico ‘vieni che andiamo a giocare e ti faccio le coccole!’, sorridendo e tendendo la mano verso di lei, lei si metterà a scodinzolare felice. E’ vero che un cane non distingue il significato delle parole. Ma immaginiamoci un esempio simile con un partner umano: ‘ti voglio bene’, detto con espressione serena o felice, guardando negli occhi, il corpo proteso verso di noi, o detto mentre di scorre distrattamente lo schermo del telefono.
  2. L’ascolto è parte integrante della comunicazione. Se voglio comunicare con qualcuno, devo essere disposto ad ascoltare. Dunque, posso parlare sinceramente e comunicare sia a parole sia con espressione, postura e tono di voce il mio messaggio, ma non servirà a molto se non ascolto; l’altro ha il suoi bisogni, che mi comunicherà, ed avrà bisogno di sentirsi capito, ascoltato. Esattamente come ce l’ho io.
  3. La consapevolezza di come e cosa stiamo esprimendo. Alle volte non ci rendiamo conto dei messaggi che stiamo inviando, perché non siamo consapevoli delle emozioni ad essi collegate, che si esprimeranno ad ogni modo, attraverso tutti i segnali già visti: linguaggio del corpo, tono di voce, mimica facciale. Se sono convinto di comunicare un concetto, ma accanto ne sto comunicando un altro, come abbiamo visto gli aspetti paraverbali spiccheranno nella nostra comunicazione, portandoci all’incomprensione.
  4. Un altro problema sono i filtri che applichiamo, basati sulla nostra relazione con la persona in oggetto, o sulle esperienze precedenti che ad essa associamo. Alle volte comunichiamo convinti che riceveremo una risposta ben precisa, e senza rendercene conto, inseriamo nella nostra comunicazione l’emozione che proveremmo se davvero questo accadesse. In sostanza, comunichiamo come se fossimo in un film di cui già conosciamo il proseguimento, ‘mettendo le mani avanti’. Un’altra possibilità è che comunichiamo sulla base di un pregiudizio. Nella coppia ad esempio vi sono molti pregiudizi di genere, soprattutto sull’intimità sessuale. Il risultato è che il nostro partner non si sentirà capito, e facilmente la comunicazione finirà in litigio, con la sensazione comune di non sentirsi compresi.

Per migliorare la nostra comunicazione nella coppia, riflettiamo a fondo su questi elementi, mettendoci in discussione su come davvero stiamo comunicando.

Sto ascoltando i miei bisogni e le mie emozioni, e sto inviando un messaggio congruente?

Sono disposto ad ascoltare fino alla fine il mio partner, concedendogli il tempo di cui ha bisogno, e lasciando spazio alle sue emozioni, anche se non sono quelle che io mi aspetto?

Sono disposto a mettere da parte i miei pregiudizi, il mio bisogno di difendermi da un possibile dolore, ed a lasciare pieno diritto di espressione all’altro?

Non è semplice come potrebbe sembrare mettere al centro della nostra attenzione tutti questi aspetti, tuttavia, avendo la costanza e la motivazione a farlo di giorno in giorno, potremmo scoprire aspetti della nostra relazione nuovi ed importanti.

All’inizio di quest’articolo ho scritto che vi sono altri aspetti fondamentali oltre alla comunicazione, che talora mettiamo in secondo piano.

  • Il tempo. Troviamo un po’ del nostro tempo per l’altro, per quanto sia difficile, quando si ha un lavoro molto impegnativo, o quando si hanno dei figli. Il tempo per l’altro è sempre e comunque, in qualunque relazione, il regalo più grande.
  • Lasciamo campo libero a tutti gli aspetti che ci riguardano, ed a quelli dell’altro. Qualche esempio comune: non pensiamo che il nostro partner non si deve lamentare della mancanza d’affetto perché siamo assorbiti dai figli, ma consentiamogli di sentirsi messo da parte, triste, bisognoso. Non pensiamo che il nostro partner voglia per forza le nostre attenzioni, e se non è così non ci ama, ma prendiamo in considerazione il fatto che a volte si ha bisogno di solitudine e tranquillità. Lasciamo all’altro la possibilità di accedere a tutta la gamma delle emozioni e degli stati d’animo.
  • Il riconoscimento. Riconosciamo all’altro i suoi pregi, i suoi punti di forza; ricordiamogli cosa ci piace di lui o di lei, anche senza un motivo particolare. Esprimiamo apprezzamento per quello che fa, dentro e fuori casa. Pensiamo a quanto ci piace riceverlo a nostra volta, a quanto possa farci sentire importanti per l’altro, amati.

Molti altri esempi potrebbero venirci in mente. Quello che mi preme sottolineare è che mantenere una vita di coppia solida e fonte di piacere e nutrimento, è un impegno che noi prendiamo assieme al partner, con il quale decidiamo di condividere la nostra quotidianità, e di conseguenza i nostri momenti migliori così come quelli peggiori, le parti di noi di cui andiamo fieri, e quelle che non ci piacciono così tanto. Questo non significa che ogni coppia possa virtualmente funzionare; è solo il percorso, non sempre facile ma di certo appagante, che può portarci ad avere un compagno o una compagna di vita.

Il valore del tempo

Pensiamo di dare il giusto valore al tempo quando lo sfruttiamo bene, cioè facciamo abbastanza cose che riteniamo abbastanza buone. Perdere tempo è un’espressione cui diamo una connotazione negativa: c’è così poco tempo, ed io lo sto sprecando. Non va bene.

Il problema si pone quando siamo così preoccupati di non sprecare tempo, che finiamo per riempirlo in modo ossessivo. Devo fare qualcosa di utile, non posso perdere tempo. Ho tante cose da fare. Ma come stiamo impiegando il nostro tempo?

E’ vero che il tempo è una risorsa, ma scarseggia davvero come noi crediamo? Molte volte, presi dalla smania di fare, non facciamo quello di cui abbiamo realmente bisogno e/o desiderio. Pensiamo a tutte le volte in cui ci diamo da fare ottenendo, a fine giornata, la sensazione di non aver combinato niente. Di solito succede perché abbiamo sì fatto tante cose, senza tuttavia dare ascolto a bisogni e desideri.

Oppure pensiamo a quando ciondoliamo tutto il giorno, sentendoci a fine giornata stanchi ed insoddisfatti. Abbiamo scelto attività che ci piacevano? Può anche essere che la risposta sia affermativa; tuttavia, non ci siamo permessi di godercele, ripetendoci che stavamo perdendo tempo invece di …(lavorare, pulire casa, fare la spesa, cucinare il pasto per domani, allenarci…)

Per vivere bene e serenamente abbiamo bisogno di impiegare il nostro tempo, dando spazio a tutto ciò che di importante abbiamo: il lavoro; il piacere; il riposo; la cura di noi stessi. Per fare questo, abbiamo bisogno di rimanere in contatto con tutte le parti di noi. Non è ancora sufficiente, tuttavia, dare il giusto spazio a tutti questi aspetti, rispettando i nostri doveri, il nostro bisogno di riposo e cura, e quello di piacere e relax.

Dobbiamo anche liberarci dalle regole interneche ci portano ad occuparci solo di un aspetto (ad esempio il lavoro), o a lasciarne fuori uno (ad esempio) il riposo. Se infatti mi permetto di leggere un libro sul divano, ma nel contempo la voce genitoriale dentro di me (vedi a questo proposito gli Stati dell’Io) continua a criticare la mia scelta, probabilmente anziché rilassarmi mi sentirò nervosa o triste.

Se non mi permetto di riposare o dedicarmi un buon pasto perché penso di dover lavorare sodo e ‘non perdere tempo’, allora probabilmente ho interiorizzato questi messaggi nel mio copione di vita, oppure ho preso queste decisioni copionali quale risposta adattiva alle esperienze importanti vissute da bambino. Similmente, se non mi permetto mai attività piacevoli, o me le permetto solo a discapito di pesanti sensi di colpa, sto probabilmente vivendo un messaggio che mi impone di non provare piacere.

Prendere consapevolezza di questi messaggi, e sceglierne degli altri, mi aiuterà a vivere soddisfacendo i miei bisogni e raggiungendo al contempo gli obiettivi importanti per me.

‘Non riesco a sentire niente’

Vi è mai capitato di non sentire alcunché quando accadono eventi che vi aspettereste smuovere molte emozioni dentro di voi? E’ piuttosto sconcertante, vero? Di solito ci si preoccupa di non provare emozioni troppo intense, che in qualche modo influiscono sulla nostra routine quotidiana; in questo caso invece è l’assenza di una reazione emotiva a farci porre delle domande.

Perché una reazione, o meglio una mancata reazione, così inattesa? Mi vengono in mente almeno due possibili risposte.

Prima possibilità: ho fatto una scelta, relativa a qualcosa che ho sempre pensato fosse importante per me, di conseguenza mi attendevo di essere molto felice, o molto triste, ma non è così. Indagando un po’, posso chiedermi se davvero quest’aspetto della mia vita sia così importante, o piuttosto se io ero convinta lo fosse, ma in realtà non è così.

Immagino molto lettori stiamo pensando di non aver mai fatto un’esperienza simile, e magari è vero, ma mi viene in mente un esempio piuttosto comune: l’interruzione di una relazione, che abbiamo sempre considerato molto importante, ma scopriamo ora non esserlo stata. Lo scopriamo proprio nel nostro scarso coinvolgimento emotivo. Per alcuni è facile dire ‘meglio così!’ e lasciare tutto alle spalle, ma per altri è scioccante scoprire di aver investito tempo ed energia in una storia di cui ci importava così poco.

Una seconda possibilità è che abbiamo inconsapevolmente scelto, durante la nostra crescita, di isolare affettivamente un certo di tipo di evento, o situazione. Se l’abbiamo fatto, è sicuramente stato per proteggerci da una sofferenza molto grande: per evitare di provarla nuovamente, creiamo una sorta di isolamento emotivo relativo a tutte le situazioni affini. Questo può accadere anche per eventi positivi, ad esempio se da bambina ho provato un’intensa gioia, o eccitazione, per qualcosa che mi era proibito dagli adulti, cui è seguito un evento molto doloroso, che io ho collegato alla mia trasgressione, attribuendomene la colpa. Per proteggermi posso decidere di non lasciarmi più andare a sensazioni od emozioni così travolgenti. Teniamo a mente che sto parlando di scelte compiute ad un’età in cui la capacità di analisi della realtà non è certo accurata ed anzi, è largamente influenzata da aspetti emotivi; scelte di cui poi, in età adulta, non ho consapevolezza.

Sono solo due possibilità, e certamente ve ne sono delle altre. In molti casi, in terapia, si scopre che non provare niente è in realtà un’emozione, o quantomeno la presenza di un’emozione così forte da prenderne le distanze*. Nel primo caso invece, il non provare nulla può portarci ad una riflessione importante e costruttiva sulle nostre priorità e sui nostri bisogni.

Val sempre la pena di chiederci perché ci accade quello che ci accade.

*Vedi Erskine e Moursund, Integrative psychoterapy in action, cap. 11.